Posté le 22.09.2008 par viaaurelia
Gênes capitale la Méditerranée !
L’Union Pour la Méditerranée (UPM) est née le 13 juillet 2008 à Paris aux termes d’une déclaration commune de ses membres. En quelques mots, elle a pour but de préserver l’environnement (dépollution de la Méditerranée), de promouvoir la paix, de renforcer les échanges culturels et de soutenir l’activité économique. La mise en place concrète de l’UPM aura lieu en novembre, à l’occasion de la réunion des ministres des affaires étrangères de chaque Etat membre. Les questions du budget de l’Union et du siège de son Secrétariat y seront normalement tranchées.
S’agissant précisément du futur siège de l’UPM, plusieurs villes se sont d’ores et déjà déclarées candidates : Bruxelles, Barcelone, Rabat, Tunis, La Valette et Marseille.
Aucune ne fait consensus.
Bruxelles est une ville Méditerranéenne comme Paris est une station de ski.
Barcelone a pour elle son image de cité jeune et dynamique. Mais la future capitale de la Méditerranée devra être plus qu’une simple ville à la mode.
Tunis semble ne pas satisfaire aux critères de démocratie et de droits de l’Homme…
La ville de Rabat se situe sur le littoral Atlantique. Elle est la capitale d’un pays qui hésite géographiquement entre Atlantique et Méditerranée. Le Maroc n’est certes pas responsable de sa position géographique mais reconnaissons que cette capitale-là serait bien excentrée.
On ne pourra pas reprocher à La Valette de ne pas être au cœur de la Méditerranée puisqu’il s’agit de la capitale de Malte. Mais c’est sans doute les questions de ses infrastructures, de son isolement et de sa taille très modeste (environ 6000 habitants) qui poseront problème.
Marseille est peut-être la candidate la plus sérieuse avec Barcelone. Elle a pour elle d’être une grande ville portuaire qui sait ce que Bassin Méditerranéen et échanges culturels signifient. Fondée par les Grecs, ses origines historiques plaident également en sa faveur.
Seul problème : Marseille est en France.
Certains pays, notamment l’Allemagne d’Angela Merkel, refuseront probablement d’offrir ce cadeau à notre pays, initiateur de cette Union qu’ils regardent avec méfiance, comme une concurrente de l’Union Européenne.
Autant dire que les jeux demeurent ouverts !
Et justement, une nouvelle candidate se profile, timide, à l’horizon. C’est la ville italienne de Gênes.
J’espère de tout cœur que cette candidature se confirmera.
Car il n’est pas concevable que l’Italie ne propose pas une ville candidate au titre de capitale de la Méditerranée.
La péninsule italienne baigne trop dans cette mer, depuis trop longtemps, pour demeurer dans l’indifférence.
La Méditerranée a toujours été la compagne de l’Italie, dans sa géographie comme dans son histoire.
Sans même remonter à la « Mare Nostrum » des Romains, de grandes Républiques maritimes ont rayonné sur ses flots, ont propagé idées et richesses.
Gênes était l’une d’elles.
Elle est aujourd’hui une grande et belle ville, d’une incroyable richesse culturelle, ouverte sur le monde, cosmopolite, poussée dans la mer par les montagnes toutes proches qui lui donnent un air de ville escalier.
Son centre historique est le plus étendu d’Europe. Ses palais baroques sont si nombreux qu’ils s’en bousculent. Ses tours médiévales émergent des entrelacs de ruelles, accrochées à des bâtiments colorés.
Son port est le plus important d’Italie et l’un des tous premiers de Méditerranée. De grands navires de croisière y entrent et y sortent chaque jour, faisant siffler des sirènes que l’on entend où que l’on soit et qui prêtent à l’onirisme.
Cette ville mérite que tous les Italiens, du nord comme du sud, toute la classe politique, de droite comme de gauche, s’accordent sur son nom et offre le spectacle de l’Unité Nationale.
L’Italie a une bonne carte à jouer : au cœur de la Méditerranée, proche de la rive Sud, à portée de l’Orient comme de l’Occident, pas trop éloignée non plus des pays européens « non-méditerranéens », notamment l’Allemagne, sa position géographique est idéale.
Gênes pourrait donc mettre tout le monde d’accord en novembre. Encore faut-il que l’Italie la propose avec force !
Paul Le Fèvre
Posté le 09.09.2008 par viaaurelia
In merito al sistema sanitario vale la pena spendere brevi osservazioni.
Ho accompagnato all’Ospedale un’amica per un problema alla gamba.
Alla accettazione abbiamo visto un uomo a terra circondato da un poliziotto e da un infermiere. Non riuscivo a capire perché non lo aiutassero ad alzarsi. L’uomo è rimasto al suolo almeno mezz’ora, senza che nessuno si avvicinasse con una barella
E’ questa l’efficienza del sistema sanitario inglese ?
Aggiungo che al Pronto Soccorso abbiamo aspettato almeno tre ore prima di essere che la mia amica fosse visitata.
Infine pochi accenni sul cibo. A Londra esso è etnico, precotto, surgelato, assolutamente confezionato, qualche volta scaduto, spesso insapore, o meglio tutto dello stesso sapore . Il cibo è senza storia, senza cultura, senza colore……senza fantasia, talvolta mix, confusion, associazione di sapori senza eleganza e grazia.
Il cibo è take away, cibo per strada, sui treni, nell’underground, cibo nei parchi, hot dog o snacks . Cibo senza fermarsi ad un tavolo, senza persone, senza conversazione, senza scambio di affetto. Cibo di solitudine, cibo di tristezza, cibo che sazia senza sapere cosa mangi, cibo ci cui, nonostante gli sforzi, non ne riesci ad individuare il sapore.
Alla fine del mio soggiorno mi sono chiesta : dove è la superiorità inglese ?
Forse nella lingua, parlata in tutto il mondo. Sappiamo però che il primato che ha sempre detenuto la lingua inglese verrà sostituito da quello cinese, lingua di un popolo che con prepotenza sta invadendo il business britannico.
Il britannico adora il pub,o comunque adora bere alcool. Frequente capita di incontrare ubriachi per strada, underground e bus.
Conseguenza è la violenza, spesso nei giovani teenager.
Infine un’ulteriore osservazione.
Infine, dove è il colore…….quale colore c’è a Londra……?…..tutto è grigio, tenue, sbiadito.
Il clima spesso piovoso rende mollo il cibo, umida la biancheria, odore di muffa nelle case umide.
La modestia degli italiani dovrebbe indurci a riflettere maggiormente sulle cose che abbiamo.
La modestia degli italiani dovrebbe trasformarsi in riflessione, osservazione e valutazione.
La riflessione potrebbe portarci a concludere che il nostro paese è ricchissimo di colore, storia, arte, emozioni, suoni e odori.
E soprattutto di voci. Io non credo che gli Inglesi siano superiori a noi. Sono solo diversi.
La diversità stimola giudizi, e confronti, ma per favore, cari italiani, finiamola di sentirci inferiori e non dimentichiamo che il dialogo, anche un semplice scambio di opinioni sul treno, rende viva una società e aiuta il singolo a superare un poco la solitudine conseguenza del capitalismo ed individualismo.
L’osservazione dovrebbe indurci a viaggiare con occhio attento e critico cogliendo meglio le differenze culturali dei paesi stranieri senza essere distratti dal cellulare (male inesorabile della nostra società) o dall’acquisto di beni spesso inutili.
La valutazione dovrebbe portarci a ritenere che la nostra cultura ha valore inestimabile e a considerare gli altri paesi non come miti, ma come nazioni con differenti identità .
Infine, cari italiani non perdiamo quello che abbiamo rincorrendo il mito anglosassone. Potenziamo le nostre colorate diversità ed impegnamoci di più ad offrire agli stranieri un modello di diversità che è la nostra storia, cultura e vita, comportandoci più seriamente per fare crescere la nostra società verso un futuro di globalizzazione inesorabile dove l’Italia potrebbe essere orgogliosa di mantenere il suo costume vivace ed unico.
Una cosa in conclusione è opportuno aggiungere. Ho amato e apprezzato i mezzi di trasporto a Londra.
Gli autobus sono estremamente puntuali e frequenti di giorno e durante la notte. Anche il tube pur essendo molto pericoloso e non risparmiando alla società inglese tragicissimi incidenti, consente rapidi spostamenti. I treni sono puliti e in orario.
Tutto questo non è comunque sufficiente per decidere di vivere nella terra di Albione il cui prezzo da pagare sarebbe costituito dal sacrificio degli abbracci, suoni e quel particolare “ warn” -tiepido- della nostra cultura che si manifesta semplicemente nell’osservare poche persone attorno ad un caffè, “warm” a cui non voglio rinunciare.
Posté le 01.09.2008 par viaaurelia
L'Università a Londra
La difficoltà nel reperire le informazioni, di cui ho già parlato, è stata da me riscontrata anche quando mi sono recata in una prestigiosa Università.
Tale Università costituisce un’ istituzione molto prestigiosa e poiché in Inghilterra il tipo di Università frequentata determina il tipo di opportunità lavorativa futura, ho pensato di frequentare un master in detto Ateneo.
La mappa della città mi ha permesso di rintracciare l’Ateneo ma con estrema difficoltà sono riuscita a giungere al dipartimento di legge. Invero, nessun freccia sulla carreggiata e all’interno dell’enorme aerea destinata al Campus Universitario segnalava il dipartimento di legge. Non ho avuto altra scelta che chiedere ai passanti per strada dove fosse la tanto agognata meta.
Sono pertanto giunta alla conclusione che già conoscevo : a Londra nessuno, o comunque poche conoscono il nome delle strade che stanno percorrendo. Spesso le persone conoscono il nome del loro posto di lavoro, sanno come arrivarci, ma non conoscono il nome della strada dietro l’angolo, della via e della la piazza limitrofe.
Infine, giunta alla reception ho chiesto di parlare con la segreteria ma il portinaio si ostinava a chiedere perché necessitavo di tale informazione, e perché chiedevo di parlare con la segretaria, e se avevo o meno non un appuntamento, quali erano le motivazioni che mi inducevano a chiedere tale colloquio. Mi sono sentita sottoposta ad interrogatorio. Ho affermato una mezza verità dicendo che avevo un appuntamento fissato il giorno prima via email con la segretaria e finalmente sono riuscita a salire al piano.
La segretaria non ha risposto ai miei quesiti, mi ha semplicemente consegnato una brochure dove potevo reperire le informazioni, e neppure mi ha concesso di avere un colloquio con un docente, come da me richiesto.
Insomma, Londra mi stava deludendo, estenuando, mortificando. Quanta pazienza bisogna avere in questa città della brochure, dell’internet, dell’assenza di risposte, dell’inesistenza dell’aiuto, della falsa conclamata solidarietà , della falsa chimera della tutela dello straniero.
Aggiungo che requisito per l’ammissione alla frequentazione del master, denominato taugh o è il superamento di un esame chiamato IELTS e il conseguimento di una adeguata votazione.
Mi sono chiesta, poi, come possa essere sufficiente il superamento di un solo esame ( che comporta circa 3 mesi di studio della lingua inglese a chi ha una conoscenza pari o superiore al livello di upper intermediate ) per l’acquisizione della cultura linguistica da parte di stranieri che si troveranno a frequentare lo stesso corso di studi a fianco di colleghi madre lingua, già abituati a dialogare con linguaggio tecnico inglese .
Inoltre mi è stato riportato che un insegnante di una Università inglese ha riferito che spesso manifesta perplessità quando deve esaminare studenti laureandi stranieri che pur essendo preparati e capaci nella materia affrontata non sono in grado di parlare la lingua inglese.
Insomma, credo che questo sistema britannico faccia acqua da molte parti..La laurea in materia scientifica non comporta un grande impiego della lingua, differentemente una laurea di tipo umanistico rende indispensabile uno “ speaking “ di alto livello, che può richiedere anche 7-8 anni di permanenza.
Non pare sufficiente il superamento dello IELTS per l’acquisizione della padronanza della lingua .Ma allora perché consentire accesso agli stranieri ai corsi post universitari se poi i docenti britannici lamentano la scarsa preparazione linguistica l’accesso ai corsi post graduate?
Terminato il corso di studi, avranno gli studenti stranieri pari opportunità lavorative di quelli inglesi? Io ne dubito.
Un avvocato inglese sarà certamente più preparato di un avvocato italiano , anche se entrambi avranno frequentato lo stesso master in Inghilterra e credo che l’avvocato inglese avrà maggiore facilità a trovare un impiego prestigioso in Uk rispetto ad uno straniero.
Infine in relazione alla preparazione scolastica con specifico riferimento al settore che mi coinvolge direttamente , e cioè l’avvocatura, ho notato che gli avvocati londinesi hanno competenze molto più specifiche e ristrette rispetto a quelli italiani .
Le specialità sono molto numerose e comportano uno studio molto più settoriale e limitato rispetto al nostro..
Ad es. esiste la specialità del diritto dell’adozione differente da quella del diritto di famiglia, situazione che non accade nel nostro sistema.
Il settore più richiesto è il diritto bancario-finanziario prevalentemente praticato nella city.
Il sistema inglese common law è senza diritto scritto e carta costituzionale, così diverso dal nostro fondato sull’inestimabile tesoro della Costituzione Italiana del 1946 che ispira i nostri codici e le leggi speciali.
La specialità degli avvocati italiani è acquisita durante la carriera dopo aver sostenuto esami come Istituzioni del diritto Romano, Storia del diritto italiano., materia che sono il fondamento della nostra cultura giuridica.
Ho avuto l’impressione che gli studi universitari italiani siano molto più approfonditi e diffusi di quelli inglesi.
Posté le 14.08.2008 par viaaurelia
La ricerca di lavoro a Londra
E’ nel costume degli italiani ritenere la superiorità dei popoli di origine anglosassone.
Il mito anglosassone ha sempre costituito nel nostro costume un esempio , uno stereotipo cui anelare e cui ispirarsi per polemizzare sul sistema italiano.
La ragione di questa considerazione ha origini ataviche e credo sia stata maturata sia dalla reputazione che il popolo anglosassone ha di sè stesso sia per problemi sociali che l’Italia deve e ha dovuto affrontare quali disoccupazione, mafia, clientelismo, problemi che hanno comportato discredito del nostro paese all’estero.
La superiorità dei popoli anglosassoni è stata ed è considerata sotto il profilo organizzativo della società in generale, nell’efficienza del sistema sanitario , nella preparazione scolastica a tutti i livelli, e accademica in particolare, nella puntualità dei trasporti, nella capacità di produrre ricchezza, nella possibilità di cambiare la propria attività professionale e di riciclarsi nel mercato del lavoro con estrema dinamicità, nel sostegno alle fascie deboli, nella libertà dei diritti.
In un momento di profonda crisi come quello che stiamo vivendo, dopo tre mesi di permanenza nella capitale londinese, ho percepito che anche il mito anglosassone sta perdendo luminosità e il suo colore appare sempre più tenue e destinato a manifestare alcune affinità con certi aspetti del sistema italiano che noi deploriamo.
- - -
La società a Londra è costituita da un vario ed infinito numero di razze.
La prima sensazione che ho percepito è che si tratta di una capitale che tutti accoglie.
La fortissima immigrazione che da anni caratterizza questa città è una immigrazione impazzita di persone che tentano di ricominciare una nuova vita, sia di fuggire da condizioni di vita disumane, sia di persone che lasciano il loro tracciato e poco amato destino per valutare l’alternativa, sia di chi spera di cogliere opportunità lavorative negate nei paesi di origine.
Mai come in nessun altra città da me visitata ho notato tante persone che si muovono con la valigia, alcune con una meta precisa, altre con un destino ancora da individuare.
Londra è la città del movimento. Delle persone che vanno, a piedi, in bus, in underground, in bicicletta, in auto di epoca , in scooters, in motociclette di grandi dimensioni…… in aerei che sfrecciano nel cielo con grandissima frequenza, in treni che sono comodi e silenziosi come aerei, l’importante è andare……… ……..ma dove ?
Londra è la città della vita per strada……..del panino per strada, della birra consumata per strada, degli inesistenti saluti per strada , della perenne fretta per strada.
- - -
Dal punto di vista della ricettività degli studenti stranieri, Londra non è in grado di offrire residenze a prezzi compatibili alla loro condizione. Le residenze con prezzi accessibili hanno condizioni deplorevoli, senza security nell’ingresso, con ospiti spesso ubriachi.
Volendo permanere per un lungo periodo, ho deciso di pernottare nelle case inglesi e affittare una stanza talvolta con l’uso del bagno, talvolta senza.
La sensazione che ho sempre percepito quando vivevo nelle famiglie era che io fossi ritenuta un fantasma. Gli inglesi riescono a vivere con gli ospiti mantenendo le stesse identiche abitudini che vivono quando l’ospite non c’è.
Ho vissuto in accomodations dove nella sala da pranzo mancava il tavolo e il cibo veniva consumato solo davanti alla televisione in soggiorno, in un’altra dove la cena era compresa nel prezzo e il cibo era sempre surgelato o precotto.
Ma soprattutto quello che più mi ha colpito è che la conversazione fra i membri della famiglia, che mai si riuniva tutta insieme, era frammentaria e frettolosa, essenziale, per non dire inesistente, e costituiva un piccolo “ break” per non distrarre per molto tempo i figli e i genitori o dal pc o dalla televisione, loro preferita occupazione.
Ho sempre colto la sensazione che alle famiglie ospitanti non interessasse sapere nulla di me e le poche domande costituissero una pura formalità.
Vogliamo poi parlare dei movimenti del loro corpo degli inglesi durante la conversazione ?
Gli inglesi mentre parlano non modificano espressione del volto e neppure muovono il loro corpo.
I movimenti delle braccia e mani, testa sono misurati e all’apparenza studiati.
In metropolitana i passeggeri guardano per terra o leggono. Spesso mi sono domandata come non fossero interessati a sapere chi è a loro, fianco a guardarlo nel volto, a chiacchierare, almeno ogni tanto.
- - -
Ma soprattutto cercando lavoro, ho scoperto un mondo nuovo.
Il lavoro viene proposto per internet. Cliccando i siti di job centre si apre un universo così grande che la prima sensazione è stata il disorientamento. Le opportunità sono infinite, lo spazio da percepire senza orizzonti.
Sono un avvocato e non sapevo per quale tipo di attività avrei potuto candidarmi. Esaminando le mille offerte nei siti websites in merito al luogo ove si desidera lavorare, al tipo di lavoro ( permanent or temporary), al numero di ore da impiegare (full time o part time), il dilemma era costituito dall’interrogativo di dover poter inviare il mio cv essendo un avvocato italiano che conosce l’inglese e il francese.
Ho ritenuto che l’unica via di uscita avrebbe potuto essere quella di recarsi di persona nelle agenzie di “recruitment” e domandare a quali offerte indirizzare il cv.
Ogni volta che mi recavo nelle agenzie la mia frustrazione era altissima, perché mai venivo ricevuta, e sempre mi veniva detto che dovevo colloquiare solo attraverso il computer. Potete immaginare cosa voglia significare per un italiano parlare esclusivamente con il pc di una cosa di tale importanza.
Ho pertanto capito che a Londra il rapporto impersonale è all’estremo. E’ di moda in questa città un rapporto senza voce, senza sentimento, o emozione, senza viso o senza movimento del corpo.
Anche quando mi sono recato alla law society ( ufficio rappresentativo dei solicitors, avvocati civilisti), la segretaria mi ha risposto che nessun domanda poteva essere ascoltata di persona, ma io avrei potuto telefonare a un centralino che avrebbe provveduto a soddisfare le mie richieste.
Ho insistito dicendo che desideravo parlare di fronte a una persona anche perché avrei meglio capito cosa fare. Stessa risposta…centralino e ..computer….. Ho fatto come il sistema richiedeva. Ho chiamato telefonicamente e la segretaria che ha risposto alla chiamata mi ha assicurato che avrebbe inviato via email in risposta ai miei quesiti , risposta che mai è arrivata.
E’ evidente che in Italia questo non accade. E’ infatti inusuale che a una domanda rivolta ai miei colleghi per strada o in Tribunale non segua risposta, anche se azzardata, ipotizzata, o esternata per evitare una ulteriore scocciatura futura .
Allora ho cominciato a inviare il mio cv a differenti studi legali.
Poche risposte sono giunte e solo per ribadire che non ero in possesso di specifiche competenze richieste dal sistema inglese. Allora ho tentato una strada alternativa.
Ho inviato il cv a offerte di lavoro al di fuori delle mie competenze, baby sitter, shop assistant. In quel caso ricordo che a seguito di un colloquio è stata rifiutata la mia offerta di lavoro da due avvocati londinesi perché ero un avvocato e non potevo lavorare come baby sitter, non avendo un background culturale specifico di baby sitter. Pertanto ho concluso che a Londra se sei avvocato italiano, non puoi come avvocato, perché le legal firms preferiscono assumere avvocati inglesi, ma se il tuo cv illustra la tua qualità e i titoli specifici acquisiti non puoi essere assunto per una diversa attività……perché difetti di specifico background….ma Londra…… non era forse la terra promessa……?….La terra delle opportunità ? La terra del facile riciclo di attività professionali ? La terra della produzione del lavoro e del guadagno migliore.
Posté le 29.04.2008 par viaaurelia
Une imitation grossière vendue sur un marché ambulant est-elle une contrefaçon ?
Aux termes de la jurisprudence communautaire en matière de protection des marques :
"
un signe est identique à la marque quand celui-ci reproduit, sans modifications ni ajouts, tous les éléments qui constituent la marque ou quand, considéré dans son ensemble, il contient des différences tellement insiginfiantes qu'elles peuvent passer inaperçues aux yeux d'un consommateur moyen".
Le Tribunal a retenu que dans le cas d'espèce, aucune potentialité de confusion tant in abstracto que in concreto n'était raisonnablement soutenable en raison des profils distincts des produits et s'agissant en plus d'imitations très basiques.
L'aspect novateur de la décision du juge civil consiste dans le fait d'avoir réalisé une opération de partition du marché en deux circuits commerciaux bien distincts : d'un côté les marchés ambulants ou, à tout le moins, de faible valeur commerciale, de l'autre les circuits commerciaux plus prestigieux.
L'illicéité serait retenue seulement en cas de mise en vente de l'imitation dans un circuit commercial du second type et au même prix que l'original, la licéité consistant à l'iverse dans l'insertion de produits d'imitation dans les circuits commerciaux plus ordinaires, le risque de confusion étant alors conjuré puisque le consommateur choisit en connaissance de cause de s'adresser à un marché distinct de celui réservé aux firmes prestigieuses.
Cependant, notons que ces décisions sont minoritaires dans une jurisprudence qui, peut-être plus en raison de considérations politico-commerciales, affirme la responsabilité pénale et civile de l'importateur ou vendeur des biens ici évoqués.
En effet, nombreuses sont les décisions qui retiennent l'atteinte à la foi publique, et en conséquence la responsabilité pénale de l'importateur, dans des cas où la marque représentée sur les bien apparaît seulement similaire à l'original.
La non incrimination du "faux grossier" impropre à léser la valeur sociale de la foi publique protégée par l'article 474 cp, un temps affirmée par la Cour de cassation, semblerait ne plus trouver d'espace dans notre système juridique.
Dans ce contexte de jurisprudence contradictoire, une intervention des chambres réunies de la Cour de cassation est attendue afin de clarifier le concept de foi publique ainsi que les limites de la protection civile et pénale des marques commerciales.
Posté le 14.04.2008 par viaaurelia
2 F = 1 F et 1 L ?
Selon le Tribunal de réexamen, se prononçant dans le cadre d'un procès pénal relatif à la contrefaçon des marques Fendi, Louis Vuitto et Gucci, "il n'est pas possible qu'un consommateur moyen confonde une marque qui consiste en un "F" et un "L" accolé avec la marque originale de Fendi qui est composée de deux F, ceci à plus forte raison lorsque l'on considère que ... la qualité des sacs placés sous séquestre n'est pas conforme à celle des sacs originaux et les sacs ne sont pas accompagnés des étiquettes comme d'ordinaire et des certificats de garantie."
Par la même décision, le Tribunal a exclu la possibilité d'une évaluation in abstracto de la potentialité de confusion suggérée par l'avocat de la marque;
Il relève qu' "admettre, d'un point de vue abstrait, qu'un F et un L accolé peuvent être pris pour les deux F de la marque Fendi, ou bien qu'un L et un X entrecroisés peuvent être pris pour le L et le V de la marque Louis Vuitton, reviendrait à soutenir une sorte de potentialité de confusion présumée, dégagée de toute considération concrète du réel
(sauf à considérer que l'ordre judiciaire doive également assurer la protection des analphabètes).
Cette jurisprudence a été ensuite partagée par divers parquets, parmi lesquels Genova, Rimini et La Spezia, ainsi que par certains Tribunaux (Genova, Verona, Monza, Rimini) lesquels, sur le fond, ont relaxé les prévenus pour non constitution du délit.
Posté le 31.03.2008 par viaaurelia
La notion d’atteinte à la foi publique comme condition du délit de contrefaçon (article 474 du Code pénal) et la protection du consommateur comme paramètre pour évaluer la responsabilité sur le plan civil.
En automne 2003, les importations de produits de maroquinerie (sac, ceinture, portefeuille) prétendument contrefaits, provenant de Chine, ont conduit la magistrature italienne à se pencher sur la question de l’existence du délit de contrefaçon s’agissant de biens à première vue semblables à ceux commercialisés dans les grandes maisons européennes telles Louis Vuitton, Fendi ou Dior.
Des contrôles douaniers effectués surtout dans les ports de débarquement mais également dans les magasins des importateurs chinois, il est apparu que la marchandise ne reproduisait les signes distinctifs des « griffes » susmentionnées que de façon partielle avec des caractéristiques différentes et seulement en partie assimilables à l’original.
La question de la dimension pénale de ces faits d’espèce s’est ainsi posée tout comme celle de leur dimension civile au regard de la concurrence déloyale et de l’usage abusif des marques.
Le Code pénal réglemente la matière en son article 474, aux termes duquel « quiconque … introduit dans le territoire de l’Etat pour en faire commerce, détient pour vendre ou met en vente ou met autrement en circulation des œuvres de l’esprit ou des produits industriels avec des marques ou signes distinctifs nationaux ou étrangers, contrefaits ou altérés, est puni de la réclusion jusqu’à deux années et d’une amende jusqu’à 2065 euros. »
Dans le cadre de la jurisprudence - loin d’être univoque sur cette question - il existe des décisions intéressantes parce qu’innovantes et prononcées par des juges pénaux génois.
Le Tribunal de réexamen (dit aussi Tribunal de la liberté) de Gênes, par deux décisions d’octobre 2003 s’est en effet prononcé sur les requêtes en réexamen formées dans l’intérêt d’importateurs chinois à l’encontre de décrets de séquestre probatoire émis par les douanes et validés par le parquet s’agissant de sacs prétendument contrefaits relativement aux originaux des sociétés Louis Vuitton et Alviero.
Le Tribunal a annulé ces décrets de séquestre pour inexistence du délit.
Le collège, à la lumière de la jurisprudence constante de la Cour de cassation, a justement observé que le délit d’introduction dans l’Etat et le commerce de produits avec des signes falsifiés prévu par l’article 474 cp n’était pas constitué là où la différence entre le logo original et le logo imité était perceptible à première vue, ictu occuli, sans nécessité d’examen précis de la part d’un consommateur moyen ne causant dans ce cas aucune atteinte à la foi publique, valeur sociale protégée par l’infraction.
Le risque de confusion entre produit original et imitation « servile » délimite donc le périmètre de l’illécéité de la conduite, impliquant donc une appréciation sur la potentialité de confusion basé sur des éléments de fait.
Posté le 11.02.2008 par viaaurelia
Ce billet rapide pour vous indiquer le lien suivant :
http://fr.wikipedia.org/wiki/Maria_Rosa_Vendola
Vous y trouverez une présentation de Maria Rosa Vendola, artiste genoise ayant notamment expérimenté le "polywood" (matériau habituellement utilisé dans l'industrie), ce qui procure à ses oeuvres (sculptures ou superposition de peinture et de sculpture) une grande originalité et un esthétisme tout italien...
Bientôt des photos de quelques unes des dites oeuvres. Elles valent le coup d'oeil.
Paul Le Fèvre
Posté le 05.11.2007 par viaaurelia
Je porte souvent un regard admiratif et bienveillant sur l'Italie, j'aime minimiser ses faiblesses et louer ses charmes.
Pourtant, aujourd'hui, je ne peux m'empêcher de réagir violemment au décret-loi destiné à répondre à la mort d'une femme agressée par un roumain.
Décidemment, l'Italie comme la France semble minée par la politique du fait divers.
Nos sociétés ne veulent plus l'entendre mais je regrette : la mort de cette femme est dramatique, ses proches doivent être soutenus moralement par la Nation, à la hauteur de leur souffrance, mais d'un point de vue politique, il s'agit d'un FAIT DIVERS.
Une société prétendument évoluée et rationnelle qui réagit dans les 48 heures d'un fait divers par l'édiction d'un texte normatif applicable sur l'ensemble de son territoire à l'ensemble d'une catégorie de population retombe en enfance.
Elle ne légifère pas dans le sens de l'intérêt général mais ne fait que se VENGER.
Ce décret-loi est primitif et raciste.
Sa philosophie : un roumain a commis une infraction donc tous les roumains doivent rentrer chez eux.
A suivre cette pente affligeante, il faudra bientôt expulser tous les individus ayant la nationalité de l'auteur d'une infraction grave.
Comme 90% des viols dans la pénisule sont commis par des ITALIENS, j'attends avec impatience le décret qui expulsera les italiens d'Italie !
Je m'arrête là.
Vraiment, voir le berceau de l'humanisme européen sombrer dans un tel abîme de non-sens,
voir, à l'intérieur de l'espace de solidarité qui était censé s'appeler l'Union Européenne, des expulsions entre pays membres,
voir des hommes prétendument de gauche tomber d'un excès à l'autre, hier trop doux et angélistes sur la question de la sécurité, adoptant aujourd'hui des mesures inouies de stupidité répressive,
voir le tout orchestré par des médias abrutis,
ça donne envie de faire table rase de cette horrible scène.
La décadence de l'Europe du 20ème ne semble pas s'être arrêtée aux portes du 21ème.
Nous continuons de couler allègrement. Quand toucherons nous le fond ?
Paul Le Fèvre
Posté le 21.10.2007 par viaaurelia / Donatella SALVARANI
Versione italiana
La nozione di lesione della pubblica fede come presupposto del reato di contraffazione (art. 474 c.p.) e la tutela del consumatore come parametro per valutare la responsabilità in sede civile.
Nell’autunno del 2003 le importazioni di prodotti di pelletteria (borse, cinture, portafogli) asseritamene contraffatti, provenienti dalla Cina, hanno portato all’attenzione della magistratura italiana la questione circa la sussistenza del reato di contraffazione relativamente a beni a prima vista simili a quelli commercializzati dalle note case di moda europee quali, tra le altre, la Louis Vuitton, la Fendi, la Christian Dior.
Dai controlli doganali effettuati soprattutto nei porti di sbarco ma, successivamente, anche presso i magazzini degli importatori cinesi ad opera della Guardia di Finanza, è risultato che la merce in oggetto riportava i segni distintivi registrati dalle predette “griffes” in maniera soltanto parzialmente analoga, con caratteristiche differenti e solo in parte riconducibili agli originali.
Conseguentemente si è posta la questione della rilevanza penale della fattispecie, oltre a quella civilistica attinente la materia della concorrenza sleale e dello sfruttamento abusivo del marchio.
Il codice penale disciplina la materia all’art. 474 in base al quale “chiunque … introduce nel territorio dello Stato per farne commercio, detiene per vendere, o pone in vendita, o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con marchi o segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a € 2.065”.
Nell’ambito dell’orientamento giurisprudenziale tutt’altro che univoco che si è sviluppato attorno alla predetta questione, si sono registrate interessanti perché innovative pronunce della magistratura penale genovese.
Il Tribunale per il riesame (detto anche Tribunale delle libertà) di Genova, con due decisioni dell’ottobre 2003 (1), si è difatti pronunciato sulle richieste di riesame proposte nell’interesse di importatori cinesi avverso i decreti di sequestro probatorio, emessi dall’autorità doganale, convalidati dal P.M. “trattandosi di corpo del reato e/o cosa pertinente al reato” e aventi ad oggetto borse asseritamente riportanti i marchi commerciali delle società “Louis Vuitton” e “Alviero Martini” contraffatti, ordinandone l’annullamento per insussistenza del fumus delicti.
Ed invero il collegio, alla luce del consolidato orientamento della Suprema Corte (2), ha correttamente osservato come il reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi previsto dall’art. 474 c.p. non risulti integrato laddove la differenza tra il logo originale e quello evocativo del marchio noto sia percepibile ictu oculi, senza necessità di valutazione specifica, da parte di un consumatore medio, non ravvisandosi in tal caso alcuna lesione della pubblica fede, oggettività giuridica protetta dalla norma.
Il rischio di confusione tra prodotto originale e imitazione servile delimita pertanto il parametro della illiceità della condotta, implicante peraltro un giudizio di confondibilità basato su elementi di fatto.
(1) Ordinanza n. 141s/03 R.R. depositata il 23/10/03 e Ordinanza n. 142s/03 R.R. depositata il 24/10/03.
(2) Vds. A tal proposito Cass. pen., sez. III, 26/04/2001, n. 26754, “Il reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi previsto dall’art. 474 c.p. non può avere ad oggetto beni che costituiscono una mera imitazione figurativa dei prodotti industriali, senza alcun marchio o altro segno distintivo della merce che risulti abusivamente riprodotto ovvero falsificato.”. Nello stesso senso Cass. pen., sez. V, 95/201326 ; Cass. pen., sez. V, 12/5/1995, n. 5427.